Michele Profeta, Il mostro di Padova

Michele Profeta, Il mostro di Padova

MICHELE PROFETA, IL MOSTRO DI PADOVA CHE RICATTÒ LE FORZE DELL'ORDINE



Quella di Michele Profeta (1947 – 2004), noto alla cronaca come Il mostro di Padova, è una storia costellata di fallimenti. Fallimenti professionali, fallimenti sentimentali e fallimenti criminali. Avrebbe voluto diventare un grande serial killer italiano, come uno di quelli che leggeva nei suoi amati gialli, tuttavia fu fermato dopo il secondo omicidio. Complice del suo arresto: l’uso disinvolto di telefoni cellulari.


AMBIZIONI E FALLIMENTI, LA PERICOLOSA UMILIAZIONE DI UNA NARCISISTA ANTISOCIALE



Michele Profeta nacque a Palermo, in una famiglia rispettabile. Tuttavia, il rapporto con la madre autoritaria e con i gravi problemi di salute che lo afflissero (patologia cardiaca congenita) resero la sua infanzia infelice. Neanche la vita professionale offrì soddisfazioni: fallì come intermediario finanziario e come agente immobiliare.

La passione per il gioco d’azzardo prosciugò le sue risorse economiche, costringendolo a contrarre debiti presso usurai e ad accettare lavori da lui ritenuti umilianti.

Michele Profeta fallì anche in un altro ambito della vita nel quale giocava d’azzardo: quello sentimentale. Mantenne due famiglie parallele e inconsapevoli l’una dell’altra per ben 15 anni. Ma fu la crisi coniugale che scatenò tutte le frustrazioni di quello che divenne Il mostro di Padova.


MICHELE PROFETA, IL SERIAL KILLER DEL NUMERO 12 CHE RICATTÒ LE FORZE DELL'ORDINE



Trasferitosi in Veneto alla soglia dei cinquant’anni, il Profeta elaborò un piano criminale con il quale avrebbe voluto porre rimedio alle proprie sofferenze economiche e alla lunga serie di sconfitte della vita. Ricattò le forze dell’ordine, con una lettera anonima nella quale chiese 12 miliardi di lire per astenersi dal dare il via a una lunga catena di omicidi casuali. Era il 12 gennaio 2001.

La sua prima vittima fu una prova di serietà della minaccia: Pierpaolo Lissandron, tassista, carica Il mostro di Padova nella sua ultima corsa. Venne ucciso con un colpo sparato da una calibro .32 alla nuca. Dodici giorni dopo, con la stessa modalità, venne freddato Walter Boscolo, agente immobiliare, mentre mostrava al Mostro di Padova un appartamentino. Accanto al corpo della vittima furono rinvenute due carte da gioco: il re di quadri e il re di cuori, la firma dell’assassino.


IL CELLULARE, L'EVASIONE E LA LAUREA IN FILOSOFIA: GLI ULTIMI TRE FALLIMENTI DI MICHELE PROFETA



A frustrare la pianificazione di ulteriori omicidi da parte del serial killer che terrorizzò Padova nel 2001 fu l’eccessiva disinvoltura con la quale Michele Profeta utilizzò uno dei suoi dieci telefoni cellulari.

Utilizzò la stessa scheda telefonica per fare due chiamate di diversa natura: quella in cui fissò il fatale appuntamento immobiliare con Walter Boscolo, sotto il falso nome di signor Pertini, e una telefonata alla famiglia a Palermo. Le forze dell’ordine individuarono il Profeta e la sua identità venne confermata da un collega del Boscolo.

Michele Profeta venne arrestato il 18 gennaio 2002 e condannato all’ergastolo. Durante i vari gradi di giudizio tentò di farsi riconoscere l’infermità mentale, ma senza successo. Dopo il tentativo di evasione non andato a buon fine, venne tradotto dal carcere di Padova al penitenziario di Voghera.

In carcere studiò per arrivare alla laurea in filosofia ma morì per arresto cardiaco durante il primo esame. Era il 16 luglio del 2004: la fine di Michele Profeta, Il mostro di Padova.